Le olimpiadi di Berlino del ’36 dovevano sancire il primato della razza ariana, ma così non fu, perché l’atleta che viene consegnato alla storia è Jesse Cleveland Owens, un giovane americano di colore, che con i suoi risultati fa imbestialire addirittura Hilter.
E’ il periodo nero della depressione e Jesse (così chiamato come diminutivo dalle iniziali J e C) per sopravvivere si prodiga in cento mestieri: fattorino, giardiniere, lustrascarpe, gelataio…..
Arriva a Berlino forte dei risultati ottenuti un anno prima (25 maggio 1935) ad Ann Arbor nel Michigan, ove in meno di due ore scende in pedana ben quattro volte, migliorando ben quattro record mondiali ed eguagliandone un quinto, portando a casa ben sei medaglie d’ oro.
A Berlino ove sono presenti tutti i migliori del mondo, si supera. La prima gara che lo vede protagonista sono i 100 metri ove con un tempo di 10”3 (ad un decimo del suo record da poco ottenuto) supera il connazionale Metcalfe e l’olandese Osendarp.
Il giorno dopo scende in pedana nel salto in lungo. Sarà una gara difficile ed avvincente per la resistenza di due atleti della squadra a croce uncinata che hanno tutto il pubblico dalla loro: Luz Long e Wilhelm Leichum. Jesse si classifica per la finale a stento: esegue un salto per prova ancora con la tuta addosso ed il giudice gli attribuisce subito un bel nullo, facendo imbestialire l’atleta dell’Alabama; e lo stesso giudice ripete il suo verdetto nel salto successivo. E qui, accettando anche i consigli del tedesco Luz, finalmente si qualifica. Nella finale la musica cambia. L’americano va subito in testa con 7,74 e subito dopo si supera con 7,87, ma Luz fa il miracolo e lo raggiunge alla stessa quota, facendo esplodere lo stadio. Stadio che più tardi dovrà ammutolire quando Owens porta la lunghezza 7,94 e subito dopo a 8,06; secondo sarà Luz, terzo il giapponese Tajima. Si dice che Hilter, che si era rifiutato di premiarlo il giorno prima, annusando odor di sconfitta, si sia allontanato indispettito; ma sembra, a onor del vero, che il furher si sia distanziato prima della fine della gara (alquanto lunga) per motivi di lavoro.
Sono momenti di grande tensione che tendono ad accomunare i due protagonisti Long e Owens che, se pur divisi da impostazioni gerarchiche e filosofiche di un momento storico difficile, escono da queste olimpiadi legati da vincoli di vera amicizia; come traspare dalle immagini del film “Olympia” di Leni Riefenstahl, commissionato dallo stesso Hilter, e che doveva consacrare il mito della razza tedesca e invece metterà in giusto risalto la simpatia nata tra i due atleti. Si scriveranno anche a lungo finché l’atleta tedesco non morirà per ferite riportate in guerra durante l’attacco a Cassino.
Nei 200 metri i rivali più importanti per Owens sono il connazionale Robinson e ancora l’olandese Osendarp. Ma ormai Jesse è un dio in terra! Vola sulla distanza e infila al collo la terza medaglia d’oro, lasciando ben lontani i due avversari, che non possono fare altro che inchinarsi alla sua netta superiorità.
Nella Personaleetta 4x100 Owens parte per primo e consegna il testimone al suo compagno di Personaleetta con incolmabile vantaggio e così con suoi compagni, in questa gara, fissa anche il nuovo record mondiale con 39”8 portando a casa la sua quarta medaglia d’oro con un pubblico che, ormai consapevole di trovarsi di fronte ad un momento sportivo che farà storia, applaude Jesse, anche se uomo di colore, che con i suoi quattro ori entra nella leggenda.
E sembra che anche Hithler si sia congratulato con lui, seppure in separata sede.
E così le olimpiadi di Berlino, che tra le bandiere a cinque cerchi alternavano i vessilli uncinati, non saranno ricordate come le olimpiadi della super razza, ma come quelle dell’atleta di colore dell’Alabama, Jesse Owens.
Al ritorno in America non tutto fila liscio. Agli onori e agli applausi dell’Alabama fa riscontro la freddezza del Presidente Roosvelt, da cui non sarà mai ricevuto per riscuotere quegli onori che in effetti meritava.
Anche la sua Federazione non gli è molto riconoscente. Verrà squalificato, facendolo uscire dal mondo dello sport, per non essersi presentato ad un meeting internazionale in Svezia (da lui peraltro mai sottoscritto) subito dopo le olimpiadi.
Morirà di cancro ai polmoni il 12 settembre 1980.